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Alcune guerre sono combattute su terreni scivolosi. Su terreni né tradizionali, né nazionali. E’ il caso della guerra contro il traffico internazionale di droga. E’ notizia recente che la Colombia, storico leader mondiale nell’esportazione di cocaina, stia per essere surclassato dal Perù.
Secondo un rapporto dell’Office of Drugs and Crime delle Nazioni Unite, la produzione di cocaina del Perù è incrementata del 6.8% tra il 2008 ed il 2009, sovrastando quella colombiana, ridotta del 16% nello stesso periodo. Conseguenza, questa, della guerra a tappeto lanciata dal Governo di Alvaro Uribe contro i cartelli della droga.
Guerra, però, resa possibile dietro massicci finanziamenti statunitensi. Il Plan Colombia, infatti, ha versato nelle casse colombiane miliardi di dollari per arginare l’ingresso degli stupefacenti all’interno degli Stati Uniti. Un’altra guerra, quindi, che gli USA hanno lanciato e stanno tuttora combattendo.
Non è semplice produzione ed esportazione, infatti. Alle spalle del traffico di coca si trovano i potentissimi Narcos messicani, colombiani e gli stessi ribelli di Sendero Luminoso. A valle, la sempre più crescente domanda nei Paesi occidentali. Se non sarà più la Colombia a rifornire il mercato, lo farà il Perù. E dopo il Perù, magari la Bolivia. E così via. Traslocare le piantagioni di certo non significa averle debellate.
Un guerra multiforme. Globale. E globalizzata. Una guerra sottovalutata. Come molte, troppe altre.
http://www.nytimes.com/2010/06/23/world/americas/23briefs-PERU.html
http://edition.cnn.com/2010/WORLD/americas/06/22/peru.colombia.coca/
http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/latin_america/10384594.stm
Federica Baiocchi
Sono circa 15 gli anni di conflitto che, con qualche interruzione, tengono ormai cronicamente in ginocchio la Repubblica Democratica del Congo: oltre tre milioni di vittime, in stragrande maggioranza civili, per quella che alcuni considerano la più grande emergenza africana degli ultimi decenni. E mentre esercito regolare, fronte democratico di liberazione del Ruanda, ribelli della formazione dell’ex generale Laurent Nkunda, truppe irregolari ugandesi e milizie indigene dei Mai-Mai continuano a scontrarsi in quest’eterna guerra dai mille fronti, periodicamente la popolazione delle regioni di Nord-Kivu e Ituri – le più interessate dal conflitto – si mette in marcia nel disperato tentativo di sfuggire alle violenze ed agli stupri perpetrati dai militari. Solo nella primavera 2009 si è alzata un’altra ondata di oltre 250mila sfollati, aggiungendosi alla marea di civili che già vagano alla ricerca di una via di fuga dal conflitto.
Ma quella della Repubblica Democratica del Congo è da sempre una storia di guerra civile e corruzione, figlie entrambe dell’eccezionale ricchezza di risorse naturali (diamanti, oro e coltan) che hanno fatto del territorio congolese l’oggetto del contendere dei Paesi confinanti. Dalla metà degli anni ’90, infatti, Rwanda e Uganda da una parte, Angola, Namibia e Zimbabwe dall’altra, hanno appoggiato a più riprese opposti gruppi di ribelli, con l’obiettivo di mantenere un clima di instabilità interna e di assicurarsi lo sfruttamento delle miniere congolesi. Inutili gli sforzi delle autorità locali: nel 2008 il 90% dell’oro della Repubblica Democratica del Congo era ancora estratto e commercializzato illegalmente. E non poteva mancare un coinvolgimento di grandi potenze straniere: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Belgio sono difatti in competizione con la Cina, ognuno in appoggio a parti diverse e conflittuali del Paese, alimentando in questo modo un perenne stato di tensione.
Ci sarà dunque mai un po’ di pace, per questa terra “democratica” ormai solo nel nome? La televisione italiana, nel frattanto, l’ha citata solo sette volte nell’arco dell’intero 2009.
Carmine Soprano
http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/country_profiles/1076399.stm
http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_18/crisi-dimenticate-congo_2c1b693c-6293-11df-92fd-00144f02aabe.shtml
Da ormai quasi due mesi le Camicie Rosse tengono occupata una vasta area nel cuore commerciale di Bangkok. Il presidio, stabilito pacificamente a fine marzo a seguito di una numerosissima manifestazione di dissenso contro il governo, si è recentemente trasformato in teatro di una sanguinaria guerriglia urbana tra esercito e manifestanti, che ha fatto registrare sinora 56 morti ed oltre 1600 feriti.
E’ l’ennesimo capitolo di una lotta politica che i dissidenti, esponenti del Fronte Nazionale Unito per la Democrazia contro la Dittatura (UDD), conducono da anni contro la coalizione di governo guidata dal contestato Abhisit Vejjajiva’. Le Camicie Rosse accusano infatti il nuovo premier di aver assunto il potere in maniera illegittima, supportato dall’esercito e da esponenti della magistratura, a seguito del colpo di stato che nel 2006 depose il governo del presidente Thaksin Shinawatra, attualmente in esilio.
E l’ex premier, in effetti, è ancora molto popolare tra i dissidenti in camicia rossa, per lo più originari delle povere campagne del nord della Tailandia, che con le sue politiche populiste si erano convinti di poter determinare le sorti politiche del Paese, e che da lui riceverebbero cospicui finanziamenti. Ma Shinawatra è a sua volta personaggio assai discusso. Ricchissimo imprenditore prima ancora che politico, è da anni al centro delle polemiche a causa del conflitto d’interessi, per il quale in più occasioni ha sfiorato l’arresto, e nell’esercizio del suo mandato si è reso protagonista di abusi di potere e di esecuzioni capitali assai contestate. Lo scorso febbraio, inoltre, la Corte Suprema tailandese gli ha confiscato oltre metà del suo patrimonio, per un equivalente di circa un miliardo di euro.
Ma chi è nel torto, allora, in questa annosa guerriglia urbano-rurale che vede le Camicie Rosse pro-Shinawatra contrapporsi all’elite cittadina a sostegno di Vejjajiva’ ? Ai lucidi esterni l’ardua sentenza.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/8686272.stm
Carmine Soprano
La cronaca odierna racconta di un altro giorno drammatico in Afghanistan, dove all’alba sono caduti due militari italiani impegnati nella missione ISAF. Nel 2010 le vittime della coalizione internazionale in Afghanistan hanno raggiunto quota 200 (Ansa), mentre il bilancio dei militari caduti dall’inizio della guerra al terrorismo (2001) a oggi parla di 1767 morti in Afghanistan e 4715 in Iraq (icasualties.org). Numeri dolorosi, certamente alti… Ma quando si possono definire troppo alti, questi numeri? Evidentemente, non oggi. Domani, allora? Il mese prossimo? Tra dieci anni? Dove sta la soglia dell’inaccettabile? Probabilmente si tratta di una soglia mobile, strettamente legata all’altro piatto della bilancia, quello dei risultati. Grandi risultati richiedono grandi sacrifici, ricordano pensose le nostre autorità. Sicurezza per l’occidente e benessere per il popolo afghano rimangono gli obiettivi da inseguire con fermezza e determinazione, oggi più di ieri. Già. Ma qualcosa non funziona. Qualcosa continua a non funzionare, a guastare i programmi di pace e a rovinare le ricette per un destino migliore. Ma che cosa? Evidentemente, la semina occidentale di “bombe e cerotti” sui disperati della terra, a intervalli abbastanza regolari, non ha prodotto i risultati attesi. Il calcolo non torna, la divisione dei ruoli programmata nelle stanze del potere lascia un quoziente sporco e un resto imprevisto.
I numeri dei caduti in divisa sono precisi fino all’ultima cifra. Lasciano sgomenti, nella loro glaciale esattezza. Intorno a loro si estende la palude delle vittime civili, a migliaia, a perdita d’occhio. Questi numeri sono confusi, queste cifre diventano stime. Uomini e donne senza nome si mescolano alla polvere di territori lontani, profondamente sconosciuti.
Nel momento del cordoglio, quando le notizie di guerra tornano in prima pagina perché la divisa dei caduti mostra stemmi dei nostri colori e nomi della nostra lingua, domande importanti tornano a dare un po’ fastidio. Abbastanza fastidio per cercare davvero riposte diverse?
Poco più di tre settimane son passate dal golpe in Kyrgyzstan che ha deposto il governo del contestato presidente Bakiyev ed instaurato quello ad interim della leader dell’opposizione Otunbayeva.
Bakiyev, ormai in esilio, si era reso famoso per corruzione, repressione e violazioni dei diritti umani, e il suo rovesciamento ha dunque rappresentato per la popolazione locale un primo passo verso la creazione di uno stato finalmente democratico.
Ma tanti sono gli interrogativi che ancora aleggiano su di una terra che, pur se povera e con una popolazione di soli 5 milioni di abitanti, è costante oggetto di grandi interessi internazionali. Sede di una base militare USA a Manas, il Kyrgyzstan costituisce innanzitutto un nodo vitale per i rifornimenti di truppe ed armamenti americani in Afghanistan. E’ passaggio obbligato per petrolio e gas naturale diretti in Europa, ed intrattiene intense relazioni commerciali con la Cina, dove tra l’altro risiede una consistente minoranza Kyrgyz. E’ infine, già solo in quanto ex repubblica sovietica, oggetto di naturale interesse da parte della Russia (prima a riconoscere il governo della Otunbayeva), il cui significativo appoggio al golpe sembra essere ormai fuori discussione. Già tempo fa, in effetti, il Cremlino aveva tentato di convincere Bakiyev a chiudere la base militare USA.
Ma la situazione potrebbe sfuggire dalle mani di Putin e Medvedev, dacchè non poche sono le questioni rimaste aperte all’indomani del golpe. Un nuovo, democratico Kyrgyzstan, sarebbe disponibile al dialogo così come Mosca si aspetta? Ed il nuovo governo, bisognoso di consenso popolare, accetterebbe di scacciare gli americani da Manas?
Le divisioni politiche interne, la violenza etnica e le agitazioni Islamiche nella valle Ferghana (al confine tra Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan) completano il quadro di una terra in cui, nonostante la limitata superficie, la strada verso la stabilità sembra essere ancora lunga e tortuosa.
Links:
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/apr/21/russia-kyrgyzstan-coup-regret
http://www.bbc.co.uk/blogs/worldtonight/2010/04/kyrgyzstan_the_next_chapter.html
Carmine Soprano
carmine@cocis.it
Una segnalazione: il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale di Trento organizza corsi di formazione sui temi della cooperazione allo sviluppo in contesti di conflitto. Info: http://www.tcic.eu
Da anni la Cooperazione Italiana opera nei Territori palestinesi occupati, insieme a numerose Ong, per promuovere lo sviluppo della popolazione locale in un contesto di emergenza strutturale. Le pubblicazioni dell’Unità Tecnica Locale (UTL) di Gerusalemme offrono una panoramica sui progetti e le iniziative in corso a Gaza e in Cisgiordania.
http://www.itcoop-jer.org/view/publications
Eppure, nonostante una disponibilità di risorse relativamente più alta rispetto ad altri contesti, le numerose attività di cooperazione allo sviluppo non sono riuscite a indirizzare il conflitto verso una soluzione sostenibile e duratura. I principali nodi politici restano tutti da sciogliere, a dimostrazione del fatto che richiedono di essere affrontati in maniera diretta, accanto ai rituali pacchetti di aiuti economici. Osservando la Palestina di oggi con sguardo critico, non si può evitare un dilemma che, di anno in anno, diventa più spinoso: la cooperazione internazionale contribuisce davvero a rendere sostenibile lo sviluppo, oppure… il mantenimento dell’occupazione israeliana? E quali sono le attività più sensate per gli organismi di cooperazione, dieci anni dopo il fallimento del processo di Oslo?
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